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Le macchie ad olio fritto

L'uso del bio-carburanti oltre a ridurre l'impatto ambientale può offrire un’alternativa economica all’abbandono dei seminativi Di Calogero Manno

La diffusione dei biocarburanti nonostante le potenzialità di questa fonte ed i costi dei prodotti petroliferi, è ancora molto ridotto. Emblematico è quanto accaduto in alcune località del nord Italia nei mesi scorsi, è bastato poco a far sì che alcuni automobilisti hanno fatto la scorta di l’olio di colza per uso alimentare, prodotto da sempre snobbato dai consumatori. La causa è di tutto ciò è stata la rapida diffusione di una notizia e cioè che i motori a diesel possono funzionano anche con l’olio di colza, cosa che corrisponde a verità, e molte sono le testimonianze dirette degli automobilisti. Addirittura in alcune aree degli Stati Uniti e non solo, ci sono società che si occupano della raccolta dell’olio alimentare usato nei vari ristoranti e dopo averlo ripulito lo rivendono agli automobilisti. Il grande salto nei consumi energetici, come è ben noto da tutti, fu determinato dall'invenzione della macchina a vapore, che consentì di sfruttare sistematicamente e su larga scala l'energia prodotta dalla combustione di una fonte non rinnovabile: il carbone. Il 29 Agosto 1859 venne scavato con successo a Titusville in Pennsylvania (Stati Uniti), il primo pozzo di petrolio ed alcune decine di anni dopo il leggendario, Henry Ford, applicò il motore a scoppio alle prime automobili prodotte su scala industriale, superando definitivamente la trazione a vapore e inaugurando l'era del petrolio. La crescita industriale, la diffusione dell'automobile e l'uso dell'elettricità fecero aumentare a dismisura la richiesta di energia in Europa e in USA finchè non ci si rese conto che le riserve mondiali dei combustibili fossili non erano illimitate e prima o poi si sarebbero esaurite. Così iniziò, in particolare dopo la crisi petrolifera del 1973, in seguito alla guerra tra Egitto ed Israele, ad intensificarsi la ricerca di nuove fonti di energia. Oggi siamo di fronte ad una nuova crisi energetica. Vi è però una differenza sostanziale tra la prima crisi e questa. Oggi è necessario soddisfare il fabbisogno energetico senza causare o limitando fenomeni di inquinamento ambientali. Oggi vi sono delle alternative alle fonti tradizionali. Solare termico, pannelli fotovoltaici, eolico i biocarburanti. Questi ultimi sono prodotti derivanti dalle biomasse e possono essere di due tipologie, il bioetanolo e il biodisel. Il bioetanolo è un alcool ottenuto mediante un processo di fermentazione di diversi prodotti agricoli ricchi di carboidrati e zuccheri quali i cereali (mais, sorgo, frumento, orzo), le colture zuccherine (bietola e canna da zucchero), frutta, patata e vinacce. Il biodisel si ottiene invece mediante trattamenti chimici di oli vegetali (colza, girasole, soia, palma, etc.). Per essere liberamente venduto il biodiesel deve rispettare due norme ISO: UNI 10946 ed UNI 10. L’olio di colza alimentare non è dunque biodiesel. Infatti è chimicamente diverso e la sua viscosità è decisamente superiore a quella del tradizionale gasolio ottenuto dal petrolio. Inoltre l’uso di olio di colza è illegale e può causare, nel lungo periodo, danni al motore. Dal punto di vista fiscale, poi, sul carburante gravano tasse ed accise che verrebbero evase nel caso si utilizzasse olio di semi puro (tal quale) come combustibile per l’autotrazione. A parte questo, rimangono tantissimi i motivi per cui si dovrebbe incentivare l’utilizzo del biodisel. È un prodotto che ha il vantaggio di essere completamente biodegradabile nell'ambiente, rappresentando una concreta alternativa "pulita" ai carburanti tradizionali. L'uso del biocarburante, oltre a garantire un consistente riduzione dell'impatto ambientale dei carburanti con gli ovvi riflessi sulla salute dei cittadini, consente anche molti vantaggi economici e sociali non trascurabili. In primo luogo favorisce l'auto-approvvigionamento europeo sui carburanti riducendo la dipendenza dai paesi esportatori di petrolio. Secondariamente ma non meno importanti le ricadute sul settore agricolo, aprendo nuove prospettive riguardo alla produzione dei prodotti agricoli destinati ad uso non alimentare, con chiari effetti occupazionali e redistributivi della ricchezza. Una opportunità, dunque, per il settore dell’agricoltura, soprattutto per quelle aree per le quali non si riesce a trovare valide alterative colturali al comparto dei seminativi.

 


E' uscito il
numero 5
del Luglio/Agosto 2005



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