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Il silenzio degli indecenti

di Calogero Alaimo Di Loro

Di tanto in tanto si  parla di mafia in maniera efficace, e allora si solleva subito lo scandalo: “una nuova onta di infamia sulla Sicilia” . E  tutti giù a dire che non è vero, che i siciliani non sono tutti mafiosi, che esiste una Sicilia libera, bella, diversa, creativa. Bisogna ammetterlo,  che anche questo è vero. Ma queste verità, purtroppo,  non fanno ancora cultura. Mentre ciò che prevale in Sicilia è il “silenzio”. Cosa manca allora alla Sicilia perché sia una terra normale?. Mancano gli strumenti efficaci ed indipendenti  per comunicare, per sostenere l’ottimismo latente e promuovere i saperi locali.  Manca  una formula di comunicazione ed un linguaggio, capace di esprimere l’essenza di quella nuova  “sicilianità”, che da più parti spinge per venire fuori.

Succede allora che in una terra dalle mille risorse, non si riesca ad utilizzarne autonomamente nemmeno una. Che le emergenze, di ogni tipo,  monopolizzino per decenni il  dibattito  politico, in un susseguirsi di “commissari straordinari”, che marciano instancabili verso una meta che appare sempre più irraggiungibile: la “normalità”.

La normalità di una Sicilia dell’acqua tutti i giorni, della spazzatura smaltita correttamente, dei piani regolatori definiti, dei depuratori funzionanti, delle infrastrutture efficienti, delle università adeguate, delle imprese libere e sane, protette e garantite null’altro che dallo stato.

Nel mancato raggiungimento di questa meta, si cela il grande inganno: se la Sicilia non fosse stretta dalle sue “eterne emergenze”, i siciliani sarebbero dei cittadini di serie A, a cui rendere conto della loro appartenenza  alla Nazione Italiana. A cui garantire il diritto allo sviluppo, al lavoro e alla sicurezza. Di contro una malintesa “sicilianità”, ancora troppo avvinta al linguaggio “autolesivo” della “speudo-cultura” mafiosa, contribuisce, nella migliore delle ipotesi,  a legittimare un merionalismo di facciata,  paternalisticamente assistenzialista.

Non sono lontani i tempi in cui “necessità storiche” assegnavano alla vecchia DC in Sicilia, il ruolo di baluardo contro il “Pericolo Comunista”.  Mezzo secolo di interventi straordinari, per garantire la sopravvivenza di un’apparente normalità e la fedeltà ad un patto scellerato, improntato a principi di gattopardesca memoria; che in non pochi casi prevedeva una sistemica organicità con la criminalità mafiosa.

 Anche oggi, cessato “il pericolo comunista”, (per tutti tranne che per il nostro priemier), in Sicilia prevalgono: silenzio e  paura del cambiamento; due aspetti che fanno da cornice all’insufficienza dello stato.

Se siano nati prima i siciliani o le loro disgrazie, per la verità non si è ancora capito. Di certo non si può negare, nei siciliani, una certa propensione verso le scelte sbagliate. Una sorta di “autopunizione espiatrice” di qualche colpa atavica, ed originale. Forse  solo un intimo e “privato” pudore  che spinge  a non osare immaginare una Sicilia migliore.

Vi sono poi, sul fronte “pubblico”, degli avvenimenti “oscuri e minacciosi” che ribadiscono la persistenza  di uno scacchiere politico immutato  dai tempi dell’unità e che sembra volere dire: nessuna “stella” della politica siciliana, può brillare di luce propria nel firmamento italiano.  Concetto, ( il che è ancora più inquietante), estendibile anche  ai movimenti che partono dalla Sicilia ed  ai loro progetti politici.   Che senso può avere allora, in un tale contesto,  la domanda pretestuosa e retorica, che di tanto in tanto  qualche giornalista di “di frontiera”, pone al malcapitato commerciante ( magari con il piglio di chi  lancia le noccioline alle scimmiotte) : secondo lei esiste la mafia?. Oppure: lei lo paga il pizzo?. Domande che spesso finiscono per alimentare la “leggenda” dell’omertà dei siciliani. Ma ciò che è  peggio e che questo non contribuisce a diradare il clima di paura e di ostilità verso tutto ciò che si propone di rompere il  “pubblico silenzio”.   Il silenzio in Sicilia,  è visto ancora come  un bastione di difesa dai “ciclopi”. Soggetti (in fondo poco astuti) della  mitologia,  che assumono ora il volto della mafia, ora il volto di certa politica del non fare. Intanto passano i treni (purtroppo solo in senso allegorico), e non si  riesce ancora  ad essere puntuali. La Sicilia non riesce prende ormai  neanche i “treni speciali”. È il caso del  recente mancata conversione in legge del decreto ministeriale sulla crisi agricola, che  avrebbe dato sollievo a centinaia di agricoltori dell’isola, colpiti dal crollo del mercato dei prodotti agricoli. Una piccola goccia in un mare di difficoltà, volatilizzatasi nell’arco di sessanta giorni di “silenzio indecente”, dei sessantuno deputati siciliani alla camera.

Intanto  l’Assemblea regionale siciliana, (unica in tutta Italia) approva una norma che prevede lo sbarramento dei partiti minori, con il rischio di zittire per sempre  le “minoranze rumorose”, E rendere ancora più asfittica la democrazia locale.

Meditino allora i siciliani  sulla opportunità di  scrollarsi dal loro secolare torpore. Ma  riflettano i “ciclopi”. Anche  per loro credo sia noiosa la vita nella terra del silenzio, sempre a temere che un’occasionale Odisseo li renda  ciechi, ed intanto convivere con la loro vista monoculare che gli fornisce solo la visione di una realtà dai  contorni sfumati.

 


E' uscito il
numero 5
del Luglio/Agosto 2005



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