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Agricoltura: Cronaca di una crisi annunciata

Tra globalizzazione e latitanza politica Tutti i numeri della crisi

di Calogero Alaimo Di Loro

 

 

Quanto incide l’agricoltura siciliana nella vita della Sicilia; sino a che punto  l’attuale crisi del settore agricolo siciliano investe gli altri settori  dell’economia siciliana; vi è una via d’uscita politica a tale empass?

Per quanto, probabilmente accentuata da “politiche autorizzative”  dei rapporti commerciali con i paesi extracomunitari, in deroga alle norme  in atto, la crisi del settore  si presenta con tutti i caratteri di una crisi strutturale.

Oggi in Sicilia  ci troviamo ad avere un’agricoltura, che nel suo contesto generale è inadeguata a confrontarsi con il contesto sia nazionale che  internazionale. Inadeguata ad operare in un mercato comune  che distratto da altre priorità politiche ha tolto le reti di sicurezza e di protezione rispetto agli effetti negativi della globalizzazione.

Vi sono  delle  occasioni perdute della  politica regionale  in materia di agroambiente, ( tenuto conto anche dell’autonomia regionale ), queste risiedono nella mancata caratterizzazione del  “prodotto territorio” per sfuggire alla massificazione dell’offerta; nel mancato migliorando dei servizi alla produzione; nella mancata  ottimizzazione della rete infrastrutturale, che avrebbe avuto  come effetto la riduzione dei costi di produzione . La principale mancanza da parte della politica regionale, consiste nella  inadeguata azione di orientamento   a sostegno del processo di organizzazione dell’offerta secondo una strategia capace di garantire la ricaduta del valore aggiunto della trasformazione e/o della ommercializzazione a tutta la platea dei produttori ed al territorio;

 Pertanto l’attuale crisi,   che oggi  si sostanzializza con il crollo dei prezzi dei  prodotti all’origine,  scaturisce solo in parte dalla contrazione dei consumi, conseguente al così detto caro euro i cui  effetti ( quintuplicati),  si sono  riverberati con  un effetto a grappolo sui gradini più bassi e più deboli della filiera produttiva. Ne hanno risentito in particolare i comparti vitivinicolo, orticolo, e frutticolo ( uve da tavola, pesche etc.). Mentre ne hanno risentito meno i comparti olivicolo , cerealicolo e zootecnico, inquanto settori tradizionalmente in crisi. Per  il comparto granicolo, addirittura,  l’entrata in  vigore della nuova PAC, di fatto ne decreta la fuoriuscita dal palcoscenico meridionale ( il tanto rinomato granaio d’Italia).

 

 Un po’ di storia

 Già a  partire dagli anni 90 ( con la  riforma della PAC – MacSharry - 1992)  si inizia ad ipotizzare  il  riallineamento dei prezzi interni dell’unione a quelli dei mercati mondiali. 

 Secondo questa filosofia di politica agricola comunitaria, le produzioni mediterranee tradizionali, dell’agricoltura convenzionale, qualora incapaci di adeguarsi ai prezzi internazionali,  avrebbero dovuto  via via  cedere il posto  alle produzioni ( cerealicole, olivicole, orto frutticole etc.) di provenienza extracomunitaria, perché proposti ad un prezzo più basso. Gli agricoltori sarebbero stati ricompensati  con un sistema di integrazione di reddito.   Di contro  avrebbe dovuto prendere piede un nuovo modello di approccio al territorio, caratterizzato dall’adozione piena ed estesa del principio dell’agricoltura sostenibile, dei prodotti tipici e biologici, che dovendo limitare  gli effetti della contrazione della domanda dei prodotti “base”, ( ora soddisfatta dai concorrenti internazionali - argentina, cile, paesi nord africani, in testa.) avrebbe dovuto assumere i caratteri di una conversione estesa all’intera superficie agricola utilizzabile (SAU), inserendo in tale processo,   anche  gli aspetti rurali del settore  e le attività economiche non convenzionali (agriturismo- turismo rurale- fruizione ambientale etcc. ).

Protagonista di questo processo radicale  di  (mancata) trasformazione, avrebbe dovuto stagliarsi una nuova figura : l’agricoltore-tutore dell’ambiente, presidio vivente della qualità e della vivibilità del territorio. Ma  aime!, solo il 15% della SAU (Superficie Agricola Utilizzabile) regionale può usufruire riesce a  benefici del quadro normativo agro ambientale.

  Insomma  viene a  mancare la lucidità  ( o la volontà) politica  per   recepire  criticamente   gli indirizzi comunitari, secondo  un progetto strategico per lo sviluppo dell’agro ambiente regionale.

Si presenta pertanto,  puntuale, la crisi del settore.

 

 

  le caratteristiche dell’agicoltura regionale oggi

 

 Ancorchè  presentando elevate qualità organolettiche e qualitative, legate soprattutto alla salubrità dei luoghi ed alla pregiosità dell’ambiente pedoclimatico siciliano, la produzione isolana purtroppo arriva   sui mercati in gran parte come prodotto di massa, realizza livelli di prezzi insoddisfacenti e si inserisce nello stadio più affollato della concorrenzialità ( quello locale o al più nazionale).

Permangono pressoché inalterati  problemi ormai atavici: polverizzazione della offerta; carenza tecnologica dei processi produttivi;  carenza di adeguate strutture di commercializzazione e distribuzione; disorganicità dei servizi materiali e  immateriali all’impresa, anche connesse all’evoluzione tecnologica e organizzativa.

Inoltre risulta ancora rilevante il fenomeno della  senilizzazione degli addetti ( il 51,7% dei conduttori di aziende ha età superiore ai 60 anni –  fonte ISTAT ).

Esistono tuttavia   delle realtà produttive che sono riuscite  a conquistare   una certa affermazione di mercato,  riguardano  il settore enologico, le colture   ortive , certa frutticoltura   ed una vasta gamma di prodotti tipici.  Realtà che però  incidono per una percentuale  trascurabile sul complesso della produzione.

Nessun conforto viene dalla ricerca scientifica ed applicata, se infatti, l’Italia investe nella ricerca un quota del PIL  inferiore a tutti gli altri paesi   ( 1.04% nel 2002) ,    (3.6% )  in Finlandia, ( 3,5% ) in Svezia,  ( 2, 00% ) la Media europea  , la  Sicilia    investe solo  lo 0, 5% del PIL

Un tale contesto si prefigura come  una situazione di estrema precarietà, nel senso della sicurezza economica del sistema agro alimentare ed agro ambientale. Mancano   in sostanza i requisiti per creare e fidelizzare il collegamento con il consumatore finale, quello che partecipa in maggiore misura alla produzione del valore aggiuto. Le filiere produttive infatti, si fermano solo ai primi stadi.   Succede così,  un esempio per tutti,   che il 95% circa della nostra produzione vitivinicola regionale, viene ancora oggi commercializzata come “vino base comune”, ad un prezzo che ( nei periodi normali) raramente supera la media di 0.7 € /litro. Gli acquirenti, ( vinificatori del Nord – Est, in prevalenza veneti),  provvedono alle successive fasi di lavorazione sino al  confezionamento e quindi lo ripropongono ad un prezzo che mediamente supera i 4/5 € a bottiglia e che non di rado  ci ritroviamo sulle nostre tavole.

 

la soluzione possibile

Un progetto di rilancio dell’agro ambiente siciliano non può quindi che chiamarsi :agricoltura di qualità; Qualità che deve potere includere  il valore aggiunto  attribuibile al prodotto/territorio, comprensivo dei valori etici, ambientali e sociali; da certificare e commercializzare in solido, ma capace di  affrontare, con la necessaria, forte  e “sincera” determinazione politica,  il   problema della  commercializzazione dei prodotti. Puntando  al recupero di quella grande differenza  tra il  prezzo di base dei prodotti ed il prezzo finale,  che in atto  ricade sugli  operatori commerciali della parte finale della  filiera.

 


E' uscito il
numero 5
del Luglio/Agosto 2005



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